Combattere l’astensionismo: votare alle Europee è scegliere il proprio futuro

42,6. Il numero da tenere a mente per misurare la partecipazione alle elezioni europee del 23-26 Maggio è questo.

Nel 2019 si festeggiano i 40 anni dall’introduzione dello scrutinio diretto per eleggere i rappresentanti del Parlamento Europeo. L’affluenza in questi quattro decenni è stata costantemente in calo: 62% nel 1979 (UE a 9 stati), 59% nel 1984 (UE a 10), 58,4% nel 1989 (UE a 12), 56,7 nel 1994 (UE a 12), 49,5% nel 1999 (UE a 15), 45,5 nel 2004 (UE a 25), 43% nel 2009 (UE a 28), 42,6% nel 2014 (UE a 28).

Esiste una correlazione inversamente proporzionale tra numero di stati e partecipazione al voto. Se analizziamo i dati dei singoli Paesi la teoria si conferma: gli stati che sono entrati nella famiglia dell’Unione Europea nel 2004 hanno tassi di affluenza decisamente più bassi rispetto alle UE a 15. Nel 2014 in Slovacchia ha votato il 13% degli elettori, in Repubblica Ceca il 18%, il Polonia il 23,8%, in Slovenia il 24,5% e così via.

Questo dato va abbinato a un diffuso e generale aumento dell’astensionismo alle urne nei Paesi della “vecchia Europa”, con la curiosa eccezione della Danimarca (47,8% nel 1979, 56,3% nel 2014) e – ironia della sorte – della Gran Bretagna (passata dal 32,3 al 35,6%). A ciò bisogna aggiungere che l’affluenza è in parte falsata al rialzo da Paesi dove il voto è obbligatorio: Belgio, Lussemburgo, Grecia e Cipro (negli ultimi due l’obbligo esiste ma non viene messo in pratica).

In Italia l’affluenza è stata molto elevata nel decennio 1979-1989 (oltre l’80%), attorno al 70% nel decennio successivo, per poi scendere al 65% nel 2009 e al 57,5% nel 2014. Il Bel Paese ha visto una significativa decrescita in termine di punti percentuali, ben 28 dal 1979 al 2014, seconda sola al Portogallo passato dal 72,4 al 33,6%.

In realtà un trend al ribasso dell’affluenza al voto si registra egualmente per le elezioni nazionali, seppur in questo caso l’astensionismo rimanga ancora più limitato.

A che cosa si deve questo disinteresse nei confronti dell’Europa? Tra le varie ragioni, ne emergono alcune. Un dibattito politico e mediatico limitato alla dimensione nazionale che, nei fatti, impedisce la creazione di un’opinione pubblica europea: carenza di informazione, non conoscenza delle competenze e meccanismi dell’istituzioni europee, una politica che raramente alza lo sguardo oltre i confini nazionali. Questi elementi portano ad una generale (sbagliata) percezione di un’Europa lontana che non si occupa di temi che riguardano il vissuto quotidiano e che comunque non si può influenzare dal livello locale. 

Uno dei motivi per cui Arianna è nata è proprio quello di contrastare questa strumentale e dannosa percezione.

Un dato interessante e contradditorio è quello legato alla partecipazione al voto dei giovani. La fascia d’età 18-30 rimane la più favorevole alla UE, ma va poco a votare: 28% sia nel 2009 e nel 2014, contro il 51% degli over 55 . Una dinamica già nota che ha portato al nefasto esito del referendum in Gran Bretagna.

Similarmente una indagine Eurobarometro appena pubblicata dimostra come la fiducia e la speranza nell’Unione Europea rimane di gran lunga maggioritaria rispetto a paura e dubbio.

Oggi che il Parlamento europeo lancia la seconda fase della sua campagna “Scegli il tuo futuro” la sfida è proprio questa: attrarre di più i giovani a votare, incentivare la partecipazione nei Paesi dell’Europa centrale e orientale e portare alle urne chi ha fiducia e speranza nella UE.

Superare la soglia del 42,6% e invertire il trend negativo farebbe un gran bene all’Unione Europea, e soprattutto ai suoi cittadini, che siamo noi.

All’accorata richiesta d’impegno civico, rivolta ai giovani, di prendere in mano il loro futuro andando a votare è necessario, però, accompagnare una capacità di visione sull’Europa. I candidati al Parlamento europeo hanno un ruolo chiave nel presentare in modo chiaro programmi e opzioni sul futuro dell’Unione e delle sue politiche, nonché l’impatto sui cittadini, dando, così, una vera facoltà di scelta.

Creare informazione e cultura sull’Europa è una necessità anche per dare gambe alle riflessioni del Presidente della Repubblica Matterella: «La gente si interessa sempre più a ciò che accade negli altri paesi dell’Unione ed è consapevole di condividere un destino comune. Lungi dal provare estraneità, come vorrebbero far credere alcuni, gli europei provano un senso di appartenenza crescente».

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